Taglio dei parlamentari: la grande ipocrisia grillina

La riforma costituzionale sulla diminuzione di più di un terzo di deputati e senatori, attraverso il proclamo da novelli Robespierre (non a caso si parla di “taglio”), si rivolge agli istinti più bassi degli italiani giustamente insoddisfatti e dei forcaioli antisistema – alimentandone in entrambi i casi risentimento, rancore ed indignazione – ma il principale argomento a favore della proposta (risparmio) è tanto inconsistente quanto la diminuzione sui costi della politica, a sua volta insignificante per le casse dello Stato: 57 milioni di euro all’anno, che di certo non sono pochi, ma corrispondenti solo allo 0,007 % della spesa pubblica. Come il costo di un caffè all’anno per ogni italiano.

Eliminare 469 “onorevoli” (oltretutto senza alcuna garanzia che siano i più fannulloni a restare a casa, anzi..), per contro, diminuirebbe, e di non poco, il peso della rappresentanza proporzionale tra votanti ed eletti (oggi, con un deputato ogni 100mila abitanti, l’Italia è al 24′ posto nella graduatoria europea per proporzionalità delle Camere Basse, e dopo il taglio scenderemmo all’ultima posizione, dopo la Polonia), a tutto svantaggio dei partiti più piccoli, che avrebbero uno sbarramento quasi insuperabile (in pratica si calcola che si andrebbe dal 3% attuale a circa l’11%), ma sopratutto della possibilità di decidere il proprio rappresentante territoriale in parlamento, di fatto riducendosi sopratutto i collegi uninominali e lasciando quindi sempre più spazio alle liste bloccate, compilate dai vertici dei partiti con soggetti di loro esclusiva scelta, ed imponendo al cittadino di votare un elenco preconfezionato di candidati, e non il nome di una persona o l’altra.

Il numero di composizione delle Camere non è scelto a caso, come nulla di quello che è scritto nella Costituzione è stato casuale (ad es. in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica il peso dei parlamentari diminuirebbe a favore dei delegati delle regioni). Meno rappresentanza politica vuol dire più potere in mano a pochi, diminuzione delle garanzie democratiche e maggior rischio che il cambio di giacca di qualche parlamentare o la nomina di un senatore a vita possa cambiare i numeri e la tenuta di un governo. Una riforma che si fonda su una rozza e demagogica semplificazione populista, quindi, e che senza una strutturata riforma della legge elettorale che superi il bicameralismo perfetto (camera e senato oggi svolgono le medesime funzioni) e renda più efficienti le istituzioni, pone seri problemi di rappresentanza politica in un paese che, di pari passo all’immenso patrimonio territoriale disseminato lungo le varie zone dello stivale (intere regioni sarebbero rappresentate da una sola formazione), ha esigenze differenziate rispetto a quelle di nazioni più compatte come Spagna, Francia o Germania.

Quale concreto vantaggio, dunque, al di là della perbenista scusa sul risparmio per gli italiani, porterebbe questa riforma ai pentastellati, che ne fanno oggi il primo punto fermo della loro azione politica e di governo?

Chiaramente in un partito in decrescita e non più così nuovo da non poter essere giudicato alla luce dei fatti, composto per lo più da ex signori nessuno, che hanno dimostrato tutti i limiti della loro inesperienza e incapacità e con vincoli di mandato che rischiano di azzerare alla prossima tornata l’attuale classe dirigente, i nuovi e vecchi candidati grillini totalmente privi di militanza politica e/o appeal sugli elettori, sarebbero enormemente favoriti dal peso di un voto al simbolo piuttosto che al candidato, polarizzando inoltre sul movimento i voti anti-sistema per via dello sbarramento più alto ad altri partiti minori e di protesta. Consolidare il precedente consenso popolare, in una permanente rendita di posizione come “terzo polo”, ormai sdoganato ad ogni possibile alleanza di governo.

Una classe politica formata a tavolino nelle stanze dei palazzi (la famigerata piattaforma Rousseau é sempre più una farsa per webeti), sulla base della cieca ed incondizionata fedeltà ai vertici (pena l’epurazione dalle liste bloccate ed espulsione dei parlamentari senzienti, vedi il senatore De Falco) più che sulla capacità dei singoli, sottraendo ulteriormente al corpo elettorale la possibilità di dare, o meno, il proprio voto ad una specifica persona, favorisce le derive autoritarie nei partiti in cui le leve del comando sono saldamente in mano a pochi, ed aumenta ulteriormente la distanza tra elettori ed eletti, e tra questi ultimi e il mondo reale in cui viviamo.

Se non funziona così neppure in una assemblea di condominio, dove ciascuno può proporre e votare il nome di un candidato ad amministratore, è prudente in una democrazia parlamentare far prevalere l’appartenenza e la fede massonica dei nostri rappresentanti ad un gruppo politico piuttosto che un altro, rispetto alle idee, qualità e capacità del ns rappresentante?

In un’epoca nella quale, ancora una volta, i programmi elettorali lasciano il tempo che trovano e cedono facilmente il passo agli accordi di convenienza, saltando in una settimana da destra a sinistra a seconda di chi sia disposto a firmare un contrattino di governo, vale più il costo di un caffè all’anno della possibilità di bocciare o meno alla successiva tornata elettorale il rappresentante territoriale al quale si era in precedenza data – ad personam – fiducia?

Al di là delle simpatie e delle tifoserie, nessun italiano ad oggi può dire di aver votato miracolati come Toninelli, Fico, Morra, e con l’eliminazione dei collegi uninominali ci resterebbe solo la cieca scelta del simbolo sulla lista bloccata dei prossimi fedelissimi, scelti dai partiti, ove non peggio dall’impresario Casaleggio & Co.

Se uno vale uno, non sembra potersi affermare che uno vale l’altro, e sarebbe preferibile spendere qualcosa in più e farsi un caffè in meno l’anno, ma poter votare non solo la squadra ma anche scegliere i migliori giocatori, senza  delegare integralmente ai partiti ogni decisione su chi ci debba rappresentare in parlamento.

Massimiliano Gabrielli, avvocato in Roma

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